La favola del laureato illuminato che fa il contadino o il falegname

Ne avevamo già parlato in un precedente articolo. Ultimamente, politici e commentatori sono rapiti da una mitica figura romantica. Il laureato che, resosi conto dell’inutilità dei suoi studi, fa un salutare bagno di umiltà e si dà a un lavoro umile, come l’artigiano, l’operaio o il contadino.

In alcune varianti, la storia ha anche una seconda parte, uno “svolazzo” come diceva Hemingway. Dopo aver trascorso un periodo di tempo a svolgere questo lavoro umile, il laureato trova un’occupazione confacente al suo titolo di studio e diventa ricercatore, insegnante, manager, ecc.

Cosa distingue una favola dalla vita reale ? La circostanza che la favole può pure avverarsi, ma solo in casi residuali ed eccezionali, mentre in tutti gli altri resta, appunto, una favola.

Esaminiamo la prima parte della storia: il laureato che diventa artigiano, operaio o contadino.

Per farlo ha solo due strade: o apre un’impresa o si fa assumere in un’impresa esistente.

L’ipotesi imprenditoriale, narrativamente, c’entra poco con la nostra storia, perché di questi tempi richiede più ambizione che umiltà: la burocrazia, il capitale iniziale, le tasse, il rischio, la moria di start up…

Quindi, nel prosieguo, ci atterremo a ipotesi di lavoro dipendente o parasubordinato.

Immaginiamo dunque il nostro laureato che si presenta alla bottega di un artigiano, al capannone di un industriale o in un’azienda agricola. Ora mettetevi nei panni dell’artigiano, dell’industriale o dell’imprenditore agricolo: lo assumereste, voi, questo laureato ? Non sospettereste che abbia poca manualità, che il lavoro gli verrebbe a noia, che se ne andrebbe alla prima occasione ? Non preferireste assumere un diplomato con alle spalle studi tecnici, un disoccupato con esperienza nello stesso settore, un membro delle categorie protette la cui assunzione è incentivata, o un extracomunitario ? Anche assumere un extracomunitario, infatti, se ci pensa, è più vantaggioso che assumere un italiano. Licenzi l’italiano e quello può trascinarti davanti al Tribunale del lavoro. Licenzi l’extracomunitario e quello non ha tempo di fare molto, perché insieme al contratto di lavoro perde anche il permesso di soggiorno.

Ma ammettiamo che il nostro laureato riesca effettivamente a farsi assumere come artigiano, operaio o contadino. Dopo un certo periodo a svolgere queste mansioni, navigando su Internet scopre che un’azienda o un ente sta cercando un profilo prestigioso che fa rima baciata con i suoi studi. Immediatamente spedisce la sua candidatura.

Viene convocato per un colloquio. Il responsabile delle risorse umane legge il suo curriculum e dice: “Dopo la laurea, lei è andato a fare l’artigiano/operaio/contadino. Non le interessava svolgere il lavoro per cui ha studiato ?” Il laureato si morde la lingua, perché non puoi mica dire a un addetto alle risorse umane: “Mi interessava svolgerlo, ma non l’ho trovato”. Quella è gente che non ammette scuse, se non raggiungi i tuoi obiettivi sei poco determinato, un fallito.

Così, viene assunto un tizio che ha fatto due master e tre prestigiosi tirocini all’estero perfettamente in linea con il curriculum. Evidentemente la famiglia poteva pagargli sia i master (su questi vedi precedente articolo) sia il soggiorno non stipendiato all’estero. Il nostro laureato, invece, torna alla sua bottega/capannone/campo.

Chi è veramente choosy ? Chi cerca lavoro o chi lo offre ?

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Un pensiero su “La favola del laureato illuminato che fa il contadino o il falegname

  1. Eccomi, la donna delle favole, laureata a pieni voti in Lingue e Letterature Straniere, operaia metalmeccanica in cassa integrazione. Ho cominciato a lavorare a 15 anni, per esigenze economiche. Poi il diploma a 18 anni, anni di lavori stagionali sia al mare che in montagna, esperienze all’estero, diploma di sommelier, qualifica di chef de rang, bracciante agricola, barista, operaia tessile e da 7 anni metalmeccanica con elevata manualità. 5 anni fa l’iscrizione all’università senza aver mai frequentato le lezioni, altri 2 lavori contemporaneamente al lavoro in fabbrica per mantenere sia il figlio che il marito disoccupato, e naturalmente le tasse universitarie. Ora non sono voluta perché troppo intelligente e pericolosa come operaia, ma con poca esperienza nelle professioni intellettuali. Laurea inutile? No. Italia berlusconiana e disonesta. Da combattere con la preparazione, e non solo. Imprenditoroidi inutili che chiedono l’aiuto dello Stato che sono in crisi per colpa della loro ignoranza, vigliaccheria e avidità. Le persone in gamba che provengono da famiglie povere devono abbassare le braghe ed elemosinare un pezzo di pane, e i figli di buona donna studiano e si prendono tutto il tempo che vogliono per trovare un’impiego decente. Un’Italia così merita di fallire. Le persone in gamba come me se ne stanno andando lasciando un paese in cui restano solo imbecilli, leccaculo e truffatori.

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