Ichino in soccorso della Fornero

Pietro Ichino (http://www.pietroichino.it/) è un senatore del Partito democratico, nonché professore ordinario di diritto del lavoro alla Statale di Milano.

E’ un sostenitore della riforma del diritto del lavoro, tanto che ha ricevuto minacce da parte delle Nuove brigate rosse e gli è stata assegnata una scorta.

Infatti, mentre il segretario del suo Partito chiede al Governo Monti di attenuare l’impatto della riforma neoliberista del diritto del lavoro, Ichino corre in soccorso del ministro Elsa Fornero con una lettera al direttore del Corriere della sera.

Nella missiva, Ichino perora la causa della Fornero utilizzando alcune statistiche in buona parte relative al Veneto. Scelta già di per sé è discutibile, visto che il Veneto è una delle regioni più ricche d’Italia, anche se in gran parte grazie ai frutti di quanto accumulato fino agli anni ’90.

Comunque, vediamo qual è la situazione secondo Ichino.

“In Veneto, tra l’ottobre 2010 e il settembre 2011, gli assunti a tempo indeterminato sono stati 145.600. Nel corso del 2011, coloro che hanno perso il posto per licenziamenti collettivi sono stati 11.807; e per licenziamenti individuali (quasi tutti in imprese sotto i 16 dipendenti) 22.671. Dunque: nella stessa regione, pur in un periodo di grave crisi, per ogni licenziato sono stati stipulati quattro contratti a tempo indeterminato”.

Dopodiché Ichino allarga lo sguardo al territorio nazionale: “È all’incirca la stessa cosa che emerge, da una ricerca della Banca d’Italia su dati Inps per il periodo 1998-2005, in riferimento all’intero territorio nazionale: anche da quei dati, sorprendentemente, risulta che otto italiani su dieci ritrovavano il lavoro entro un anno da quando lo avevano perso”.

Questo dimostrerebbe, secondo Ichino, che il lavoro c’è, e che la flessibilità in uscita non deve far paura.

Le statistiche, però, come insegna Trilussa sono qualcosa di insidiosissimo, perché sembrano numeri univoci e incontrovertibili, mentre invece necessitano di un’accorta interpretazione.

Innanzitutto, il numero dei licenziamenti. Ricordiamo che tecnicamente non sono licenziati né i lavoratori in cassa integrazione, né coloro a cui i contratti a termine non vengono rinnovati, né i lavoratori a progetto. Questi ultimi non possono essere licenziati per definizione, nemmeno se il committente esercita il diritto di recesso prima del termine naturale del contratto.

Tecnicamente, non sono licenziati nemmeno coloro che sono stati costretti a firmare dimissioni in bianco, o le hanno rassegnate per le pressioni del datore di lavoro. Esistono imprese, soprattutto medio-piccole, che pur avendo un turn over impressionante non hanno mai intimato un licenziamento in vita loro.

Per quanto riguarda il presunto rapido ricollocamento dei lavoratori licenziati, parte di esso avrà una radice legale: le imprese sono incentivate ad assumere lavoratori in mobilità. Il grosso, tuttavia, deriverà dal fenomeno del precariato. Per il lavoratore atipico, trovare un nuovo impiego in un tempo che va dai tre mesi a un anno è una strategia di sopravvivenza, ma certo non una soluzione al problema.

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