La ricetta cinese contro il credit crunch

In precedenti articoli, abbiamo preso in esame come l’onda di crisi economica e finanziaria partita dagli Stati Uniti nel 2008 abbia lambito anche la Cina, inducendo il Governo di Pechino a riorientare la sua economia verso il mercato interno anziché verso le esportazioni in Occidente.

Uno degli aspetti di quest’operazione di riassetto è stata l’assunzione di un atteggiamento più prudenziale da parte delle banche cinesi, che si è tradotto talvolta in una stretta sul credito (credit crunch) nei confronti delle piccole e medie imprese a conduzione privata.

Su richiesta delle Amministrazioni locali – che fin dall’inizio hanno gestito la crisi immettendo notevoli risorse per stimolare l’economia – il Governo centrale cinese ha approvato un piano di riforme per superare il credit crunch.

Il piano si articola essenzialmente in due punti:

1) alle persone fisiche e giuridiche cinesi sarà consentito investire sui mercato finanziari internazionali;

2) sarà consentito costituire società per l’erogazione di prestiti.

Sostanzialmente, si tratta di una formula per consentire che almeno una parte dell’immane ricchezza accumulata da alcune grandi imprese e operatori finanziari venga redistribuita alle altre imprese bisognose, in qualità di investitrici o beneficiarie di prestiti. Una sorta di solidarietà intercapitalistica, insomma.

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