La crisi dell’ippica

Il tema della crisi dell’ippica, pur non potendosi definire caldo, ha trovato comunque un certo spazio sui media, che si sono concentrati su temi di forte impatto emotivo come i danni occupazionali all’indotto, la chiusura degli ippodromi e il possibile abbattimento dei cavalli. Qualcuno è andato più a fondo, evidenziando il rischio che venga illegalmente commercializzata come commestibile la carne dei cavalli da corsa, trattata con sostanze non adatte alla consumazione umana.

Cerchiamo di capire cosa è successo. In tutta Europa, la crisi dell’ippica è andata di pari passo con la crisi economica. Come abbiamo evidenziato in un precedente articolo, infatti, i cavalli sono costosi da mantenere. In Irlanda e in Spagna, molti sono stati abbattuti o sono addirittura morti di fame nelle stalle.

Già il Governo Berlusconi, pur sostenendo di aver evitato il contagio della crisi, sentì il bisogno di riformare il settore ippico italiano. Nell’estate del 2011 è stata soppressa la storica Unione nazionale per l’incremento delle razze equine (UNIRE), sostituita dall’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico (ASSI).

Dall’UNIRE, l’ASSI ha ereditato il segretario generale, il Marchese Francesco Ruffo della Scaletta. Nonostante i nobili natali o grazia proprio a questi ultimi, il Marchese vanta un curriculum di tutto rispetto. Si è occupato ininterrottamente di ippica dal 1973, prima ancora di laurearsi in scienze politiche. E’ stato fra le altre cose il manager del famoso campione Varenne.

E’ lo stesso Ruffo della Scaletta, in vari interventi sulla stampa, a spiegarci le dinamiche della crisi. Tutto ruota intorno alle scommesse sui cavalli. Un tempo erano le scommesse per eccellenza, ora sono passate di moda, travolte dalla valanga di giochi a premi inventati dalla Stato. Al netto del prelievo fiscale operato dai Monopoli, all’ASSI resta in mano ben poco. Quaranta milioni nel 2012. Poco per un settore che ha sempre avuto nelle scommesse il suo unico introito, il resto sono briciole.

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