L’etica che manca all’Italia, dove trovarla ?

Ricorre in questi  giorni il ventesimo anniversario della stagione di Mani pulite, e la Corte dei conti denuncia “corruzione e illegalità dilagante”. Indizi non proprio rassicuranti vengono forniti anche dai blitz della Guardia di finanza a Cortina, Milano e Sanremo, e soprattutto dalla scandalizzata levata di scudi che puntualmente li segue. Si susseguono gli scandali sul finanziamento pubblico ai partiti, che a sua volta è uno scandalo in sé essendo già stato teoricamente abolito da un referendum.

L’Italia, insomma, ha un problema etico, e non è una novità. Nel lontano XVI secolo, in Inghilterra ferveva un acceso dibattito sul nostro Paese. Era opportuno per i giovani rampolli della classe dirigente fare il tradizionale viaggio in Italia per assorbirne l’arte, la cultura e la storia ? O era meglio evitare ai suddetti giovani rampolli l’influenza di un Paese percepito come corrotto e decadente ? Naturalmente, i detrattori dell’Italia erano mossi anche e soprattutto da furia anticattolica, snobismo aristocratico, puritanesimo anglosassone e boria imperiale. Se dal XVI secolo a oggi l’Italia non solo è sopravvissuta, ma si è anche riunificata, vuol dire quantomeno che all’immoralità e decadenza unisce altre doti.

Tuttavia il problema esiste, inutile negarlo. L’unica vera domanda è: si può fare qualcosa ? Molti puntano il dito contro il Parlamento, che tarda ad approvare il disegno di legge anticorruzione. Ma se c’è una cosa che la storia d’Italia insegna, è che non bastano le leggi a raddrizzare gli italiani. Del resto, già Machiavelli scriveva: “In un popolo corrotto, i giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso e ogni età è piena di brutti costumi. Al che le leggi buone, per esser dalle usanze guaste, non rimediano”.

La verità è che probabilmente non si può fare molto. Il carattere comune di un popolo, ammesso che esista e non sia un’astrazione, è il risultato del protratto operare di complessi e impalpabili fattori storici e sociali. I meccanismi che lo formano sono imponderabili, e dunque è difficilissimo intervenire per cambiarlo. Qualcosa, però, si potrebbe tentare. In base alla legge, in Italia lo Stato possiede ancora tre dei sei principali canali televisivi. Questi ultimi hanno avuto in passato una funzione educativa, e potrebbero riassumerla anziché affannarsi a fare concorrenza alle TV private; altrimenti, tanto vale privatizzarli anch’essi. Lo Stato, inoltre, controlla il grosso dell’istruzione, in applicazione di un modello voluto da Napoleone, secondo il quale lo Stato doveva avere qualche influenza non solo sui corpi, ma anche sulle anime dei sudditi.

Naturalmente non basterebbe ancora. Occorrerebbe avviare un dialogo con i media commerciali in nome della responsabilità sociale d’impresa. Quest’ultimo aspetto, però, presenta delle difficoltà non indifferenti. L’autoregolamentazione dei media dovrebbe essere su base strettamente volontaria, perché lo Stato non può e non deve censurarli. Occorrerebbe poi ottenere l’adesione di tutti i media più rappresentativi, per impedire che anche uno solo di essi possa fare concorrenza sleale agli altri usando contenuti nazionalpopolari.

Con tutto questo, resterebbero ancora le incognite di Internet e dei social network.

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