Pu Yi, l’ultimo Imperatore della Cina che venne truffato tre volte

Dodicesimo discendente della dinastia Ching, Pu Yi aveva solo due anni quando ascese al trono imperiale cinese nel 1908. Naturalmente, i suoi poteri di Capo dello Stato vennero esercitati dal padre, il Principe Chun, in qualità di Reggente.

Non ebbe il tempo di raggiungere la maggiore età, Pu Yi, prima che nel 1912 scoppiasse la rivoluzione che instaurò la Repubblica in Cina. La Casa Imperiale e il nuovo Governo repubblicano stipularono un accordo simile a quello offerto dall’Italia alla Santa Sede dopo la breccia di Porta Pia del 1870: la Casa Imperiale avrebbe conservato la sovranità sul Palazzo d’estate, avrebbe avuto diritto a una cospicua indennità annuale e l’Imperatore sarebbe stato trattato come un Capo di Stato straniero.

Il nuovo Governo cinese, però, non onorò l’accordo. Pu Yi e i suoi dignitari, costretti a lasciare il Palazzo d’Estate, cominciarono a prendere contatti con il Giappone, la cui ombra si allungava sempre di più sulla Cina.

I contatti si rivelarono fruttuosi. Nell’arco di un paio di decenni, i funzionari coloniali giapponesi in Cina decisero che la politica di Tokyo nei confronti della Cina era troppo timida e benevola. Le truppe giapponesi di stanza in Manciuria (l’area della Cina su cui era più forte l’influenza giapponese) fabbricarono ad arte un attentato contro una ferrovia di proprietà delle Ferrovie Sud Manciuriane giapponesi. L’esplosione fu attribuita ai nazionalisti cinesi e, prima ancora che il Governo giapponese potesse valutare i fatti, i suoi soldati occuparono l’intera Manciuria.

La Lega delle Nazioni (l’ONU dell’epoca) e la comunità internazionale protestarono, così il Giappone decise di devolvere l’amministrazione dell’area occupata a un Governo cinese. Detto, fatto, a Pu Yi venne offerto il trono dell’ “Impero del Manchukuo”.

Pu Yi accettò, ma ben presto si rese conto di essere stato messo a capo di un Governo-fantoccio, e di uno Stato riconosciuto esclusivamente dalle Potenze dell’Asse.

L’8 agosto 1945, nonostante gli sforzi disperati della diplomazia di Tokyo, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone. Il Manchukuo venne invaso, e le armate imperiali di Pu Yi si dissolsero come neve al sole. Pu Yi tentò di fuggire in Giappone, ma venne catturato dall’Armata rossa. Venne trattenuto in Russia fino al 1949, quando il Governo comunista salito al potere in Cina ottenne la sua estradizione.

Giunto in Cina, Pu Yi fu detenuto in un centro di rieducazione riservato ai criminali di guerra, ma presto il Governo cinese lo liberò per servirsene come uno strumento di propaganda. Vittima della volatile politica della Cina del tempo, Pu Yi non sopravvisse alla Rivoluzione culturale, e morì nel 1967 sotto custodia protettiva della Polizia.

Nel corso della sua movimentata esistenza, Pu Yi vide dunque infranti i patti conclusi con tre diversi Governi: quello cinese, quello giapponese e di nuovo quello cinese.

La sua autografia, “Sono stato Imperatore”, è edita in Italia da Bompiani.

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