La giustizia di Dio può arrivare tardi ma arriva sempre: rialzano la testa gli indigeni nelle ex colonie occidentali

C’è voluto tutto l’addestramento delle guardie del corpo per consentire a Julia Gillard, primo ministro di S.M. per l’Australia, la fuga da una folla inferocita di aborigeni australiani e loro sostenitori, irritati perché il Capo del Governo australiano aveva insinuato che, con le ultime concessioni fatte da Canberra, ulteriori proteste aborigene fossero superflue.

Per “aborigeni” s’intendono i popoli che hanno subito una migrazione sul loro territorio, senza fondersi o integrarsi con la popolazione sopravvenuta per un tempo protratto. Popoli aborigeni si possono trovare in luoghi talvolta insospettabili, ma i piu’ noti sono quelli che vivono sui territori delle ex colonie occidentali (o sinogiapponesi, nel caso di Taiwan) nelle Americhe o in Oceania.

Condotti al limite del genocidio con l’epurazione fisica, l’emarginazione sociale, la diffusione dell’alcolismo e dell’AIDS, l’assimilazione culturale forzata, pareva impossibile che si potessero rialzare.

Eppure sta avvenendo. Vincono importanti battaglie legali in Australia e in Nuova Zelanda, e fanno sentire sempre piu’ alta e chiara la loro voce in America Latina, in Canada hanno ottenuto l’istituzione del Territorio federale del Nunavut. Soprattutto, il loro patrimonio culturale non è piu’ oggetto di tentativi di superamento, né di un interesse meramente storico, ma è tornato d’attualità per le lezioni di ecologia e sviluppo sostenibile che può impartire.

All’appello mancano ancora – ma speriamo per poco – gli indiani d’America, che pur godendo sulla carta di un’autonomia particolarmente vasta non sono finora riusciti a imprimersi una svolta paragonabile a quella di altri popoli indigeni.

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