Ammainata la bandiera americana in Iraq

Stamattina la bandiera a stelle e strisce è stata ammainata dal pennone e ripiegata in una piazza d’armi sabbiosa di Baghdad, alla presenza del segretario alla Difesa americano Leon Panetta e del vice-primo ministro iracheno Hussain al-Shahristani.

Nel 2007, al culmine delle operazioni anti-insurrezionali, c’erano centosettantamila soldati americani in Iraq. Era previsto che ne restassero alcune migliaia, ma il Governo americano e quello iracheno non hanno trovato l’accordo per un trattato sullo stato delle forze.

Le truppe americane erano arrivate nel 2003, insieme a un nutrito contingente britannico, senza essere state invitate dal Governo locale né autorizzate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Londra e Washington decisero l’invasione ufficialmente per smantellare un programma segreto iracheno per la produzione di armi non convenzionali. I veri motivi non sono mai stati chiariti.

Fino agli anni ’90 l’Iraq, pur essendo governato da una dittatura pseudo-comunista, era stato in ottimi rapporti con l’Occidente, in quanto acerrimo nemico dell’Iran della Rivoluzione islamica.

Poi, nel 1990, Baghdad ebbe la cattiva idea di invadere e annettere il Kuwait, un piccolo Emirato colmo di petrolio creato a tavolino dal ministero delle Colonie inglese. L’Occidente strepitò. Il Patto di Varsavia, ormai sull’orlo del collasso, non fece nulla per impedire un massiccio spiegamento di forze occidentali in Medio Oriente. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite diede il via libera, e in breve tempo le forze irachene che occupavano il Kuwait furono investite da un massiccio dispositivo militare: centro americano, ali anglofrancesi, un ulteriore rinforzo di alleati arabi sotto comando saudita.

Le forze armate irachene subirono un colpo terribile, e anche il Governo di Baghdad non fu piu’ lo stesso. Le Province sciite del sud e quelle curde del nord si ribellarono. Baghdad mandò quel che restava dell’esercito a stroncare la rivolta, ma Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia istituirono unilateralmente due zone di non sorvolo a nord e a sud per offrire almeno parziale protezione ai ribelli. Come risultato, il Governo iracheno perse completamente il controllo del Kurdistan, e vide indebolirsi anche quello sulle Province sciite.

Con la guerra, il Governo “socialista” del Partito Baath subì una deriva islamista, intrecciando rapporti con Hamas. Forse fu questo a segnare la sua fine, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’invasione dell’Afghanistan. Il 29 marzo 2003, truppe anfibie britanniche invasero il porto iracheno di Umm Qasr. La seconda guerra del Golfo era iniziata. La resistenza delle forze armate irachene fu prevedibilmente scarsa, e Baghdad cadde in meno di un mese.

Il peggio, però, doveva ancora venire. I dubbi sulle reali intenzioni di Washington e Londra seguirono come un’ombra le truppe vincitrici, ulteriormente penalizzate da una serie di errori compiuti dai loro capi politici e militari. Stati Uniti e Gran Bretagna si autoproclamarono “Potenze occupanti”, e iniziarono disinvoltamente a distribuire Governatorati, appalti e concessioni petrolifere. Non fu fatto alcun tentativo per ammansire le Province sunnite nord-occidentali, favorite dal precedente Governo. Queste Province divennero focolai di guerriglia feroce. Al-Qaeda, all’epoca ancora potente, ne approfittò per insediarvi una Sezione irachena, comandata dal giordano Abu Musab al-Zarqawi. Quest’ultimo sparse il terrore in Iraq fino al 2006, quando fu ucciso da un attacco aereo americano.

Non bastò ancora, e per riportare il Paese a una relativa normalità ci vollero quattromilacinquecento vittime americane, e soprattutto un atteggiamento piu’ ragionevole nei confronti delle tribu’ sunnite.

Ora le truppe americane se ne vanno, lasciandosi dietro un Governo democraticamente eletto, ma soprattutto molte domande senza risposta che le seguiranno anche nel ritorno a casa.

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