“The devil’s double”, la follia clinica della tirannide

“The devil’s double” (GB, 2011), è ispirato alla storia di Latif Yahia, un esule iracheno che sostiene di essere stato costretto a fare da sosia a Uday Hussein, il figlio di Saddam Hussein ucciso dalle forze americane nel 2003.

Nel film, comunque, funzione prevalente del personaggio di Latif è fungere da voce narrante per raccontare dall’interno la realtà allucinante della dittatura di Saddam Hussein attraverso le vicende di Uday, il figlio più sanguinario del rais.

Per antichissima tradizione, quando si racconta la dittatura si tende a farlo con un tono morale: si sottolinea l’iniquità della dittatura e il terrore che essa sparge, privando della dignità i sudditi. La follia sanguinaria del dittatore viene collocata in un più ampio quadro storico-politico, diventa funzionale all’esercizio del potere, viene razionalizzata.

In “The devil’s double”, invece, il regista neozelandese Lee Tamahori ci presenta la follia degli Hussein in tutta la sua gratuità, come pura e semplice malattia mentale che, lungi dal facilitare il mantenimento del potere, fa presagire la caduta di chi così irrazionalmente lo esercita. Uday Hussein viene dipinto come un pazzo fuori controllo, ossessivo, incapace di dominare la rabbia e le pulsioni sessuali, psicopatico. Nella prima parte del film, quando non ha ancora dato mostra delle efferatezze peggiori, fa quasi pena. Anche politicamente gli Hussein appaiono patetici, ossessionati dal Kuwait e prevedibilmente sconfitti dalla coalizione internazionale.

“The devil’s double” ha così il merito di gettare luce sull’inquietante legame fra potere e malattia mentale, così evidente nei fatti eppure così difficile da spiegare in linea teorica.

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