Settantesimo anniversario dell’attacco di Pearl Harbor

Il 7 dicembre 1941, alle 8.55 del mattino, oltre trecento aerei giapponesi attaccarono Pearl Harbor, nella colonia americana (oggi Stato) delle Isole Hawaii, base della Flotta del Pacifico.

L’attacco fu pianificato dal più grande esperto di affari americani e probabilmente il più grande ufficiale della Marina Imperiale giapponese, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto.

Yamamoto era stato addetto navale negli Stati Uniti, e non nutriva alcuna illusione sull’esito della guerra. Tuttavia, eseguì gli ordini del Governo dell’Imperatore al meglio delle sue possibilità. Con l’attacco di Pearl Harbor, Yamamoto riuscì ad alterare artificiosamente la bilancia militare nel Pacifico, consentendo al Giappone di mantenere l’iniziativa almeno fino al 1942.

La vendetta americana fu terribile, forse ancora peggiore di quanto prevedesse Yamamoto. I bombardamenti delle fortezze volanti e le bombe atomiche fecero a pezzi il Giappone. Il 18 aprile 1943, nel corso dell’operazione “Vendetta” ordinata da Roosevelt in persona, una squadriglia americana abbatté il convoglio aereo che trasportava lo stesso Yamamoto alle Isole Salomone, all’epoca colonia britannica occupata dal Giappone. L’operazione ebbe pieno successo, concludendosi con la morte dell’ammiraglio.

La propaganda alleata ha presentato Pearl Harbor come un proditorio attacco giapponese, ma la realtà è più complessa. In effetti, l’attacco ebbe luogo senza la preventiva consegna di una dichiarazione di guerra, una prassi discutibile già seguita dal Giappone in occasione dell’attacco alla base navale russa di Port Arthur nel 1904. Tuttavia, il bombardamento della base americana era la diretta conseguenza di un embargo petrolifero totale imposto al Giappone da Stati Uniti e Impero Britannico: non avendo il Giappone risorse petrolifere, l’embargo non gli lasciava altra scelta se non arrendersi o attaccare.

Washington e Londra vedevano nel Giappone il ventre molle dell’Asse, per motivi essenzialmente razziali. Questo atteggiamento non era cosa nuova, anzi aveva avuto una grossa parte nello spingere il Giappone, ferito nell’orgoglio dallo snobismo angloamericano, all’instaurazione del fascismo e all’alleanza con Italia e Germania.

Il Gabinetto di guerra britannico, che non aveva ancora ottenuto risultati brillanti nella guerra contro la Germania, vedeva in una rapida sconfitta del Giappone l’occasione per risollevare il proprio prestigio militare. Per la Casa Bianca, invece, il Giappone era il grimaldello per far uscire l’opinione pubblica americana dal suo isolazionismo, che la rendeva contraria a un intervento nella Seconda guerra mondiale.

Non si mira ad alcun revisionismo storico, naturalmente. Dal punto di vista etico, il Giappone meritava il trattamento ricevuto per aver brutalizzato l’intera costa orientale cinese nei decenni precedenti. Dal punto di vista politico-militare, il Giappone fu esso stesso artefice del suo funesto destino. Avrebbe potuto limitarsi alle contromosse strettamente necessarie per mantenere l’indipendenza energetica, impadronendosi delle risorse presenti nelle mal difese colonie europee in Asia. Ma l’orgoglio sovrabbondante lo spinse a una reazione drastica quanto suicida.

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