Il “ruggito del coniglio” di Obama contro la Cina

Stati Uniti e Unione europea si accusano a vicenda di essere responsabili della crisi economia e finanziaria globale. Dopo il crac greco, i fatti sembrano dare ragione a Washington. Ma è altrettanto certo che tutto è cominciato a Wall Street, con il crac della Lehman Brothers del 2008, e che il mercato immobiliare e del lavoro americani non si sono ancora ripresi.

Parimenti certo è che lo scricchiolio del bilancio federale ha radicalizzato il Partito repubblicano, costringendo Obama a ritirare la proposta di riforma sanitaria che era stata la bandiera della sua campagna elettorale e a negoziare strenuamente ogni legge di spesa, rischiando in piu’ occasioni di dover sospendere le operazioni del Governo federale.

Quest’estate, Obama ha annunciato il ritiro americano dall’Afghanistan, non è chiaro se per reale convinzione che la missione sia vinta o per piu’ prosaiche necessità di risparmio. Sulla stessa falsariga, gli Stati Uniti sono rimasti in seconda linea nella missione NATO in Libia.

Forse è stato proprio per sgombrare l’orizzonte dal sospetto di una politica estera dettata dal risparmio che Obama, pochi giorni fa, si è esposto in un annuncio clamoroso: le risorse militari americane liberate in Iraq e in Afghanistan saranno utilizzate per rinforzare la posizione americana nel Pacifico, in funzione anticinese. Si comincia da subito, inviando cinquecento marine nella base australiana di Darwin. Il numero di marine dovrebbe poi crescere secondo un avvicendamento a rotazione.

La mossa di Obama, salutata da prevedibili proteste diplomatiche cinesi, lascia non poco perplessi. Era proprio il caso, in questo momento di grave crisi per il sistema americano e occidentale, provocare in questo modo la Cina ? Per che cosa poi ? Per cinquecento marine in una base australiana ? Anche ammettendo che diventassero cinquemila (ma si parla di duemilacinquecento al massimo), difficilmente potranno spostare gli equilibri strategici nel Pacifico, rispetto agli oltre sessantamila militari americani sparsi tra Corea del Sud e Giappone.

Sapremo presto se quella di Obama è una mossa simbolica per corteggiare la destra radicale americana in vista delle prossime elezioni, o se c’è un’effettiva volontà di prendere di petto la Cina. Entrambe le ipotesi sono preoccupanti. Nel primo caso, infatti, Obama mostrerebbe di essere pronto a mettere a rischio precari equilibri mondiali per ottenere un secondo mandato. Nel secondo caso, gli Stati Uniti e l’occidente potrebbero farsi trascinare in un confronto che forse in questo momento non possono permettersi.

Marco Casagrande

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